Parliamo di Cognitive Warfare. Partiamo dall’inizio.
Nel 1979, Marion Stokes, ex bibliotecaria e attivista per i diritti civili, intraprese a una straordinaria missione personale. Per i successivi 35 anni registrò i telegiornali 24 ore su 24, arrivando a collezionare oltre 70.000 videocassette. Molto prima che esistessero il cloud storage o gli archivi digitali, era convinta che un giorno i fatti stessi sarebbero potuti diventare oggetto di contestazione. Non stava semplicemente conservando la televisione. Stava preservando la realtà.
Oggi il suo lavoro appare straordinariamente attuale. In un’era dominata da intelligenza artificiale generativa, deepfake, campagne d’influenza coordinate e social media guidati da algoritmi, l’obiettivo dei conflitti non si limita più a sabotare sistemi o sottrarre informazioni. Sempre più spesso, la vera posta in gioco è influenzare il modo in cui le persone percepiscono la realtà, ciò in cui credono e, in ultima analisi, come prendono le decisioni.
Questo è il cuore della cognitive warfare.
La guerra cibernetica non rappresenta più tutto il campo di battaglia
Negli ultimi vent’anni la cybersecurity si è concentrata sulla protezione delle risorse digitali: reti, endpoint, identità, ambienti cloud e infrastrutture critiche. Obiettivi che restano fondamentali. Ma i conflitti moderni prendono sempre più spesso di mira qualcosa di molto meno tangibile – e forse proprio per questo ancora più prezioso. La fiducia.
Invece di puntare a disabilitare le infrastrutture, gli avversari cercano di influenzare le elezioni, polarizzare le società, manipolare i mercati finanziari, danneggiare la reputazione delle aziende o minare la fiducia nelle istituzioni. La superficie di attacco si è estesa dalla tecnologia alla cognizione umana.
A differenza dei tradizionali attacchi informatici, le operazioni di Cognitive Warfare non sfruttano necessariamente vulnerabilità del software. Agiscono invece sulle vulnerabilità psicologiche delle persone. L’obiettivo non è sempre convincere qualcuno di una falsità. Spesso è sufficiente generare un livello di incertezza tale da far perdere alle persone la capacità di capire di cosa – o di chi – potersi fidare.
Dalla Information Warfare alla Cognitive Warfare
La guerra dell’informazione non è una novità: i governi utilizzano la propaganda e le campagne d’influenza da secoli. Ciò che è cambiato, oggi, sono la scala, la velocità e la precisione con cui queste operazioni possono essere condotte.
La Cognitive warfare unisce diverse discipline in un unico approccio strategico: operazioni cyber, information warfare, scienze del comportamento, intelligenza artificiale e campagne d’influenza. Insieme, l’obiettivo di queste componenti è plasmare le percezioni e influenzare i comportamenti, anziché limitarsi a compromettere i sistemi informatici.
I meccanismi ci sono ormai sempre più familiari. Un singolo evento può essere presentato in modi completamente diversi a seconda del pubblico a cui ci si rivolge. Narrazioni contrastanti inondano i social media, fino a rendere difficile distinguere i fatti oggettivi dalle semplici opinioni. Reti coordinate di bot amplificano messaggi specifici, mentre immagini sintetiche, video e voci generate dall’IA rendono i contenuti falsi sempre più convincenti.
Quando ogni versione della realtà appare ugualmente plausibile, la manipolazione diventa decisamente più semplice.
L’IA ha trasformato il modo in cui funziona l’economia dell’influenza
L’intelligenza artificiale ha ridotto drasticamente i costi necessari per creare contenuti persuasivi. Ciò che un tempo richiedeva il lavoro di intere squadre di propagandisti oggi può essere generato automaticamente: video realistici, voci clonate, messaggi personalizzati, campagne multilingue e migliaia di post coordinati sui social media. Le operazioni di influenza sono diventate più rapide, più economiche e molto più facili da ampliare su larga scala.
Per le organizzazioni, questo significa che la reputazione può essere compromessa molto prima che si verifichi un attacco tecnico. Una dichiarazione contraffatta attribuita a un dirigente, un documento interno falsificato o una campagna coordinata di disinformazione possono generare conseguenze finanziarie, operative o legali anche quando i sistemi aziendali restano completamente sicuri. Proteggere soltanto l’infrastruttura, quindi, non è più sufficiente.
Perché i governi non possono combattere da soli
I governi si trovano ad affrontare tre svantaggi strutturali:
- Velocità. Gli attacchi cognitivi si sviluppano nel giro di pochi minuti, mentre le risposte ufficiali spesso richiedono giorni per essere validate e coordinate.
- Scala. Milioni di post, video e conversazioni si diffondono contemporaneamente su piattaforme digitali frammentate e difficili da presidiare.
- Credibilità. Sempre più spesso, molti cittadini ripongono maggiore fiducia negli influencer, nelle comunità online o nei creatori di contenuti indipendenti rispetto alle istituzioni ufficiali.
Questi limiti fanno sì che la difesa dell’ambiente informativo non possa rimanere una responsabilità esclusiva dei governi.
Il nuovo ruolo dell’industria della cybersecurity
La buona notizia è che molte delle capacità necessarie esistono già. I fornitori di soluzioni per la cybersecurity monitorano continuamente enormi quantità di dati, individuano anomalie, correlano eventi e condividono informazioni sulle minacce in tempo reale. Gli stessi principi possono essere applicati anche oltre gli indicatori puramente tecnici, per individuare campagne di influenza coordinate, contenuti sintetici generati dall’intelligenza artificiale e nuove forme di manipolazione prima che raggiungano una portata critica.
Il Security Operations Center potrebbe progressivamente trasformarsi in qualcosa di più ampio: un Information Operations Center, in grado di integrare cyber intelligence, intelligence da fonti aperte, analisi dei comportamenti e intelligenza artificiale per proteggere non solo le infrastrutture digitali, ma anche l’integrità dell’intero ecosistema informativo.
Così come la collaborazione tra settore pubblico e privato è diventata un elemento fondamentale per la cybersecurity, lo stesso tipo di collaborazione sarà indispensabile per costruire una maggiore resilienza cognitiva.
Proteggere la realtà insieme
Marion Stokes credeva che preservare una registrazione accurata degli eventi sarebbe diventato un giorno fondamentale. Aveva ragione. Oggi, però, raccogliere e conservare informazioni non è più sufficiente. Dobbiamo anche verificarle, interpretarle nel loro contesto e proteggerle dai tentativi di manipolazione.
La Cognitive Warfare ci ricorda che il prossimo campo di battaglia non riguarda soltanto le infrastrutture digitali. Riguarda la percezione umana stessa. E proteggere questo nuovo fronte richiederà la collaborazione di governi, aziende, fornitori tecnologici, organizzazioni dei media e cittadini, perché nell’era dell’intelligenza artificiale difendere la fiducia potrebbe diventare importante quanto difendere le reti.









